Fotografie da Mangiare

Finger Design

Probabilmente si potrebbe dedicare un intero libro all’arte di impiattare e a quella, ad essa complementare, di riprodurre fotograficamente un piatto. Un libro che probabilmente ricadrebbe anch’esso nel dominio del food design, e questo è il motivo per cui lo accenno in questo articolo. Si tratta di food design non perché ci siano di mezzo degli aspetti visivi o uno scatto fotografico, ovvero non perché faccia capolino il visual design , ma perché l’atto di mostrare il cibo è immediatamente un atto gastronomico. “Mangiamo con gli occhi “ sentiamo dire di tanto in tanto, ma non è chiaro quanto questa apparente metafora debba ( o possa ) in realtà essere interpretata in senso letterale . L’unico modo che abbiamo per farci un’idea è scendere nei dettagli , guardare un piatto come se il nostro rapporto con esso si concludesse in quel momento, come se fosse quello l’unico boccone che possiamo aspettarci. Che gusto ha quel che vediamo? Certo, possiamo riconoscere gli ingredienti, immaginare i funghi i carciofi il radicchio il peperone, ma cosa succede quando nel piatto c’è un ramo di abete? O un erba che non abbiamo mai visto? O un fiore che non abbiamo mai osato assaggiare? Oppure, ancora , quando non abbiamo modo di capire cosa abbiamo davanti? Sarebbe come guardare una pittura astratta, un Kandiskij o un Mondrian, anche in quel caso difficilmente riusciremmo a riconoscere alcunchè, eppure la macchina pittorica funziona ugualmente , ci affascina e possiamo gustarci l’opera. Perché ciò accada è necessaria una sola cosa: che quanto abbiamo sotto gli occhi non è “ piatto “ che sia in grado di sviluppare delle tensioni , un movimento, la possibilità di un racconto in cui, alla fine, si possa riconquistare un oggetto carico di valore. Da qui una conseguenza importante, che è poi un’altra caratteristica di un piatto ben confezionato: la disposizione degli alimenti deve costituire una sorta di mappa alla degustazione, istruire all’ “uso “ di ciò che mangeremo.

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