IL FUTURO CI APPARTIENE

L’Italia oggi è un paese di cattivo umore. impaurito. sospeso tra passato che non torna e futuro che non arriva. sono convinto invece che l’Italia abbia davanti a sé una grande occasione di ripresa e di sviluppo. una chance di rinascita, una nuova stagione possibile. La globalizzazione, che oggi ci spaventa e ci impoverisce, è una grande opportunità’ per un paese come il nostro. il futuro sta arrivando. ci appartiene. può’ essere migliore del presente. i nostri figli potranno vivere meglio dei padri e dei nonni. È vero l’Italia è in crisi. E’ un paese impoverito e spaventato. A volte disperato. Le aziende chiudono, i giovani faticano a trovare un posto, i contribuenti si sentono perseguitati dallo Stato e del braccio armato di Equitalia, abbiamo una moneta sin troppo forte per la fragilità del nostro sistema produttivo. Ma la crisi non è eterna. E non è una condanna del fato o un disegno divino. I nostri padri hanno passato una prova ben più dura: hanno conosciuto un paese alla fame, distrutto dalle bombe, ridotto a un campo di battaglia tra due eserciti lacerato da una guerra civile. Nel giro di una generazione, l’hanno ricostruito e ne hanno fatto uno dei paesi più ricchi e avanzati del mondo. E’ ci sono riusciti grazie al loro sacrificio, il basso costo del lavoro, all’aiuto americano; ma soprattutto grazie al fatto che l’Italia è un paese necessario, speciale, unico. Ora quel modello non regge più. Il costo del lavoro è alto (anche se molto meno che in Germania) la moneta non è più la liretta favorevole alle esportazioni, la spesa pubblica non è più il rimedio per comprare consenso e allargare il benessere delle aree depresse. Occorre dire agli Italiani cose dolorose. Ai minatori del Sulcis, che la ricchezza della Sardegna non sarà il carbone. Agli operai dell’Ilva di Taranto, che il futuro della Puglia non sarà la siderurgia. Alla Cgil, che lo scambio tra i bassi salari e bassa produttività (e potere di veto dei sindacati) è incompatibile con l’economia globale. Ai padroncini del Nordest, che le aziende manifatturiere a basso tasso di tecnologia faticheranno sempre di più contro la concorrenza straniera. Sarebbe bello, che oltre a esportare il lavoro presso i paesi emergenti, si riuscisse ad esportare pure i diritti. Ci si arriverà, col tempo. L’Italia continuerà ed essere anche un paese manufatturiero. Ma è evidente che molte aziende non ce la faranno. Avranno un futuro quelle che sapranno rinnovarsi, consorziarsi, mettere in comune i laboratori di ricerca e gli uffici-studi, formare meglio i dipendenti, puntare su nuove tecnologie, nuovi prodotti, nuovi mercati. Neppure la mafia è una condanna. La si sconfigge con progresso economico civile. Le regioni in cui la mafia prospera sono le più belle del mondo. Il litorale tra Roma e Napoli duemila anni fa era considerato il paradiso in terra, il mare e le spiagge custodiscono le fondamenta delle ville dei grandi del tempo; oggi è la costiera dei camorristi e degli spacciatori nigeriani. La Calabria, la Puglia, la Sicilia hanno -dal sole- più coste mediterranee della Francia, ma non hanno costruito la Costa Azzurra. Servono strade, ferrovie, aeroporti, alberghi, personale specializzato, investimenti. Turismo è una parola riduttiva che andrebbe cambiata, come >spumante<. Perché non restituisce il concetto. “Popolo di albergatori” è la definizione che Hitler dava agli svizzeri. Ma turismo non vuol dire solo cuochi e camerieri; che comunque sono pur sempre posti di lavoro, lasciati volentieri dai giovani italiani agli emigrati. Un paese che sa fare turismo è un paese aperto, un paese che vive di vulcani attivi, di arte contemporanea, ghiacciai, templi greci e di un vasto patrimonio artistico. Un paese che sa fare turismo è un pese aperto, che pratica la cultura dell’accoglienza, forma gli operatori e finanzia le imprese del settore. Spero che le istituzioni e chi ci governa faccia far funzionare meglio la macchina dell’industria culturale perché la nostra fortuna è essere ricchi di beni per i qual c’è nel mondo globale una domanda crescente: arte, qualità delle vita, inventiva, intelligenza; la cultura del progetto e quella del prodotto; l’estro del designer e la speranza della manifattura; il senso del bello e il gusto del lavoro ben fatto. Dobbiamo crederci e se sappiamo darci delle regole chiare e farle valere ma soprattutto saperci rispettare l’un con l’altro l’Italia può diventare quello che in potenza è: il paese più bello, felice, fortunato del mondo.    

Giuseppe Gaudino 

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